I muscoli di Boine

Non sono d’accordo con quanto scrisse Piero Gobetti, ne “Il Popolo” del 3-4 luglio 1923, nel suo articolo sul Boine; ovvero ch’egli fu “una fibra che non poteva reggere alla fatica di dare composizione ai tormenti intimi; le sue attitudini erano incapaci di concentrarsi; la sua fantasia rifuggiva dalle figurazioni riposate.”; ed ancora lo definisce “volontà eroica cui mancarono i muscoli”.
Comprendo dove si vuol andare a parare, ma questo rimandar sempre alla tisi, alla debilitazione fisica, pure una sua tesa frustrata incapacità di raccogliere, di far germogliare una risolutiva indagine letteraria, maschera clichè senza fondamento. La tisi lo sfinì, e il suo sfinimento e la sua febbre furono il fulcro intorno al quale egli determinò lo stile – stile talmente moderno e fertile che ancora oggi non ci trovi lo sbaffo del tempo, non ci raccogli le muffite fioriture del tempo – e la sua personale ricerca. Ma codesta “volontà eroica” cui in nuce “mancherebbero i muscoli” per giungere a compimento, mi par proprio una cantonata. Fibra e muscoli il Boine ne aveva eccome, ma eran di quelle che rivestono la carne; sono fibra e muscoli d’ordine spirituale, allenati alle burrasche delle filosofie, sodi e tesi al compimento della propria missione. La fatica la resse perfettamente, la sua concentrazione fu perfetta. Lo sfinimento è stato tutto nel riconoscersi nervo scoperto di dio nel mondo; la sua vertigine: restare appeso al di sopra di un vacuum culturale e spirituale, aperto tra materia e spirito, e soffrirne per forza in solitudine le conseguenze; osservare entrambe le sponde da una posizione per cui, se ti bagni nell’una ti percepisci immerso nell’altra, e viceversa. Rimestio continuo, assoluto frammentato in infiniti attimi. Pur sempre assoluto, ma irraggiungibile; comunque percepito. Ecco il senso del tragico, ed ecco i suoi muscoli. È che a noi par ci fiacchi il suo stile; su di noi riversa la fragile crosta d’uomini che rivestiamo e che non sappiamo di vestire.
La vita entro il cui solco egli avrebbe potuto, secondo il Gobetti, “reggere la fatica di dare composizione ai tormenti intimi”, si presentava a lui altresì come il mistero in cui codesti tormenti si manifestavano; venne al mondo senza una pelle, il Boine, senza separazione dalle cose del mondo. Il non poterle tutte raccogliere in sé, il non potervisi disperdere risoluto, fu la sua cupa disperazione: che è disperazione di mistico, non di borghese o di letterato. Da cui il fraintendimento, io credo, in cui anche Bo si perse e da cui parecchi decenni dopo partì per ritrattare, per chiedere scusa al poeta portorino.
Tutto questo ci dovrebbe insegnare – se qualcosa può davvero insegnarci l’altrui tormento, l’altrui tragica esperienza – che letteratura non è (per dirla alla Boine) l’aperto, sincero sentiero entro cui io mi ti mostro nudo per ciò che sono (che credo) di essere: entra in gioco la grazia, agostiniana grazia, contrapposta all’abitudine, l’umana logica, impermeabilità al valore reale dell’uomo. In vita come in arte, e tanto più in arte, dove l’essere deve fondersi all’ispirazione: che è dono, con o senza muscoli.

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